ASSAGGIAMO IL MONDO

Ricette, tradizioni, folclore e un po' di storia da 14 paesi del mondo.
Testi in italiano con brani in spagnolo, inglese, arabo, albanese, polacco, rumeno e dialetti regionali italiani.

Brossura, 84 pagg, f.to 235 x 225 cm,
tutto a colori, ISBN 88-86999-66-6.
Prezzo Euro 13,00

Tuffiamoci nella cucina del mondo: scopriremo così le ricette tipiche e i piatti “speciali” dei diversi paesi.
Insieme, impareremo a conoscerne il territorio, le tradizioni, la storia.

Questo libro, realizzato con la collaborazione di quei genitori che vengono da paesi lontani e che oggi vivono in Italia, è una raccolta di fiabe, cultura e ricette di 14 paesi diversi con testi in italiano, in dialetto e nelle lingue originarie.

È illustrato dai bambini.


Cominciamo con un assaggio.

Il nostro viaggio ha inizio con la cucina dei paesi del mondo, con le ricette tipiche e le feste in cui si preparano piatti “speciali”.
Ma conoscere le tradizioni culinarie di un popolo vuol dire anche conoscerne il territorio, le tradizioni, la storia, la gente.

Come vedremo nel libro, infatti, quasi tutte le favole popolari parlano del cibo, della vita quotidiana e di come si viveva un tempo.

Grazie alla collaborazione di quei genitori che vengono da paesi lontani e che oggi vivono nella nostra città, è nato Assaggiamo il mondo, un libro di fiabe, cultura e, naturalmente, ricette illustrate dai bambini, con testi in italiano, in dialetto e nelle lingue originarie.

E voi, non siete curiosi di assaggiare il mondo?



Eccovi un assaggio del libro....

Albania: Reimonda racconta:
La storia di Jerge Castreioti

Si narra che nel ‘500, in Albania, all'allora imperatore nacquero quattro figli maschi. L'ultimo nato si chiamava Jerge e fu rapito dai turchi durante un'invasione.
In Turchia questo bambino fu ribattezzato Skenderle e fu fatto allevare ed educato dal re turco, il quale gli insegnò anche l'arte del combattimento.
Crescendo egli divenne un abile condottiero e fu posto a capo dell'esercito turco. Combatté moltissime guerre in molti paesi, come la Romania e la Bulgaria e fu sempre vittorioso.
Un giorno, per caso, sentì un uomo che suonava uno strumento chiamato Lauta e cantando narrava la storia di un bambino albanese rapito dai turchi. Egli capì che si trattava di lui e si commosse molto.
Tornato a corte il re gli ordinò di andare con il suo esercito a conquistare l'Albania ed egli ubbidì, ma a metà strada abbandonò l'esercito e si diresse al suo paese.
Arrivato in Albania si inginocchiò e, prendendo tra le mani una zolla di terra, la baciò.
Quando l'esercito turco arrivò in Albania, Jerge combatté per difendere la sua terra e a coloro che gli rimproveravano di tradire la Turchia che lo aveva cresciuto, egli rispondeva che la sua terra era l'Albania e che, se lo avesse saputo prima, mai l'avrebbe abbandonata.

Questa storia, raccontata da Reimonda, nata in Albania, si tramanda di generazione in generazione. In ricordo di questo valido condottiero, in Albania esistono monumenti che lo raffigurano e a Lesa c'è la tomba con la sua spada, così pesante, che nessun altro è mai riuscito a sollevarla.

Cucina egiziana
Una tipica colazione è quella composta da fave, uova sode o fritte, o formaggi dolci.
Il riso è l’alimento principale arabo.
In Egitto si trovano frequentemente e ovunque le fave cotte al vapore (a colazione, a cena, a pranzo) condite in differenti modi.
Si mangia più carne che pesce: soprattutto agnello, manzo, e anatra.
Il pasto più importante è il pranzo: in genere riso con varie pietanze a base di carne e contorni.
La cena è più leggera: soprattutto a base di verdure (fave principalmente) formaggi e affettati (non di maiale).

Un dolce: Om Ali
(la mamma di Ali)
Ingredienti: gullasc (un tipo di pasta sfoglia, simile alle “millefoglie”), latte, zucchero, cocco, mandorle, nocciole, pinoli, noci, olio per friggere (o, se si cuoce al forno, un po’ di burro).

Preparazione: Tagliare uno per volta dei dischi di sfoglia in quattro pezzi. Friggerli (o tostare al forno) tutti insieme, toglierli quando sono croccanti.
In un recipiente mettere il latte caldo zuccherato, rompervi dentro i dischi di pasta cotti, per assorbire il latte, uno strato di farina di cocco, stendere la frutta secca tritata, altro cocco per decorare e, se piace, una spolverata di cannella.
Lasciare riposare finché tutto il latte venga assorbito.
Si mangia tiepido.



Cucina italiana: torta Pasqualina
Ingredienti per 10 persone: 50 gr. di farina; 1 Kg di bietole; 70 gr. di parmigiano grattugiato; 500 gr. di ricotta; 10 uova; 30 gr. di burro; olio d’oliva extravergine; sale; maggiorana; pepe e otto panetti di pasta sfoglia (fresca o surgelata).

Preparazione: tritate le bietole e lessatele, scolatele, lasciatele raffreddare e strizzatele.Unite metà del parmigiano e la maggiorana tritata. Mescolate la ricotta col parmigiano rimasto, con la farina, sale e pepe.Stendete la metà dei panetti di pasta sfoglia sul fondo e sui bordi di una teglia, ungendo con olio ogni panetto. Distribuite sopra le bietole e la ricotta, su questo strato formate 10 cavità dove romperete le uova. Salate e bagnate col burro fuso. Coprite con i panetti di pasta sfoglia rimasti, sempre stesi e unti con olio, e con le dita umide premete lungo i bordi per coprire bene.Infornate per 50 minuti.
È una ricetta tipica ligure.


Picotìn
C’era una volta un bambino che si chiamava Picotìn; abitava in campagna con la mamma insieme a tanti animali. Vicino alla sua casa c’era un bell’albero di fico e Picotìn andava spesso a raccoglierne i frutti.
Un giorno, mentre era sull’albero, passò un orco che abitava in una vecchia casa in mezzo al bosco. Vide Picotìn e gli chiese se poteva avere un fico. Picotìn glielo gettò, perché aveva paura che, dandoglielo in mano, l’orco potesse afferrare lui per metterlo dentro al sacco e poi mangiarselo: era noto a tutti che l’orco si mangiava i bambini!!
Il fico però andò a finire nella pipì della mucca che pascolava nel prato. Allora l’orco implorò Picotin di dargliene un altro. Questo andò a finire, invece, nella cacca della mucca.
L’orco allora disse: “Dammelo in mano, Picotìn, così non si sporca.”
Quest’ultimo allora si chinò per passargli il fico, ma l’orco svelto prese Picotìn e lo mise dentro al sacco.
Con il sacco carico si avviò lesto verso casa; lungo il cammino, ad un certo punto, all’orco venne sete; così lasciò il sacco e si allontanò per bere in un ruscello che scorreva lì vicino. Picotin ne approfittò subito per uscire dal sacco e, per ingannare l’orco, lo riempì di sassi, lo richiuse bene e si nascose.
L’orco ritornò e si mise il sacco sulle spalle. Sentendone il peso elevato disse: “Picotìn, come te pesi! Picotìn, come te pesi!”
Intanto Picotìn lo seguiva senza farsi vedere.
L’orco arrivò a casa e mise subito sul fuoco un pentolone pieno d’acqua, pregustando il lauto pranzetto. Finalmente l’acqua iniziò a bollire, prese il sacco e ne vuotò il contenuto nella pentola, pensando che ci fosse ancora dentro Picotìn. I sassi, cadendo dentro la pentola di coccio, la ruppero tutta. L’orco, molto arrabbiato, gridò: “Picotìn, te me l’è fatta, te m’è rotto la pignatta!!”
Picotìn, che stava sbirciando da dietro una finestra, vedendo l’orco tutto arrabbiato, rise contento.


Madagascar: il frutto nella fontana
Una donna si recò alla fontana, piccolo specchio tremolante, limpidissimo, tra gli alberi del bosco. Mentre si apprestava ad immergere l’anfora per attingere l’acqua, la donna vi scorse un grosso frutto roseo, così bello che pareva dire: “Prendimi!”
Allungò il braccio per afferrarlo, ma quello sparì, come nuotando, e riapparve soltanto quando ella ritirò la mano dall’acqua. Così per due, tre volte.
Allora la donna pensò di prosciugare la fontana e si mise al lavoro per estrarre l’acqua. Lavorò a lungo, sempre tenendo d’occhio il frutto misterioso. Ma quando ebbe estratto tutta l’acqua, s’accorse che il frutto non c’era più.
Delusa per quell’incantesimo, stava tornandosene a casa, quando udì una voce tra gli alberi.
Un uccellino posato sui rami più bassi parlava: “Perché cerchi laggiù nel pantano? Guarda in alto!”
“Il frutto è lassù.”
La donna alzò gli occhi e, appeso ad un ramo, sopra la fontana scorse il bellissimo frutto, di cui nell’acqua aveva visto solo il riflesso.

La cucina del Marocco: Selu
Ingredienti: 750 gr di semi di sesamo, 1 kg di farina 00, 1/2 cucchiaino di sale, 500 gr. di zucchero semolato, 600 gr. di mandorle, 500 gr di burro, 250 gr. di miele, 1/2 litro di olio d’oliva, 2 cucchiai di finocchietto macinato, 250 gr .di zucchero a velo, 100 gr. di mandorle senza guscio, 1 cucchiaio di cannella, noce moscata

Preparazione: mettere in forno il finocchietto e le mandorle senza guscio per circa 5 minuti e in seguito macinare il tutto. In un’altra pentola mettere, sempre in forno, la farina finché non prende un colore marrone chiaro.
In una pentola fare sciogliere il burro, aggiungere la farina, i semi di sesamo, lo zucchero semolato, le mandorle (messe in forno precedentemente con il finocchietto), la cannella e mescolare il tutto per circa 10 minuti.
In seguito aggiungere all’impasto il sale, il miele, l’olio d’oliva, la noce moscata (q.b.) e mescolare il tutto.
Mettere il composto in una “zuppiera” in modo da formare una piramide. Infine decorare con lo zucchero a velo e le mandorle con il guscio.


La cucina russa: Prianiki
Sono dei dolcetti fatti con una pasta non lievitata preparata con uova, miele, farina e spezie particolari, che si cuociono nel forno (si fanno rotondi o quadrati).

Sirniki
(frittelle dolci)
Ingredienti: 250 grammi di ricotta, 1 uovo, 1 cucchiaino di bicarbonato, zucchero q.b., uvetta e 100 gr. circa di farina.

Preparazione: mescolare bene (impastare) e fare delle palline un po’ schiacciate.
Cuocere al forno o friggere in padella.
Si mangiano con marmellata, miele o con panna leggermente montata (la maggior parte dei russi le mangia con la panna).

Kotlety Pozharskij
Un piatto famoso della cucina russa sono le Kotlety alla Pozharskij. Le polpette Pozharskij sono state inventate dalla moglie di Pozharskij, proprietario di una piccola trattoria a Ostaskov.
Raccontano che un giorno lo Zar Alessandro I dovette fermarsi a Ostaskov perché la sua carrozza si era rotta, e passò da Pozharskij per mangiucchiare qualcosa. Ordinò delle polpette. La padrona del locale corse personalmene in cucina per preparare il piatto per l’ospite reale... e scoprì di essere a corto di vitello. Che fare?
Andare a comprare la carne non si poteva, lo Zar non avrebbe mai perdonato un’attesa troppo lunga. Ma Darja Pozharskaja aveva un carattere deciso. Aveva sentito dire, da un ospite francese, che in Francia fanno le polpette anche di pollo. Senza dire niente a nessuno, si mise ad impastare il petto di pollo, vi aggiunse del pane imbevuto nella panna freschissima, dei tuorli d’ovo e aggiustò il composto con del sale, pepe e noce moscata. In un attimo formò delle polpettine a forma di cilindro, le passò nella farina e poi nell’uovo e le fece rosolare nella padella con burro di Vologda. L’odore era così invitante che il marito le disse: “Pare che siano venute bene.”
Le polpette erano servite con delle patate e della rapa cotte, guarnite con prezzemolo tritato. Lo Zar assaggiò il primo boccone nel silenzio assoluto: la gente di corte aspettava con ansia il giudizio di Alessandro, conosciuto per i suoi capricci. “Buono!” affermò lo Zar. “Anzi, buonissimo!!” Fece avvicinare il padrone del locale. “Senti, mi piacciono queste polpette. Chiamale col tuo nome, sarà la tua ricetta della casa”. Pozharskij non sapeva cosa rispondere dalla felicità. Appena lo Zar ripartì, corse ad ordinare una bella insegna nuova: “Trattoria da Pozharskij, il Fornitore della Corte Reale”. Al ritorno, baciò la moglie. La notizia delle polpette “preferite dallo zar!!” si è sparsa velocemente in tutta la provincia di Mosca. La trattoria diventò subito popolare, e in due anni il fortunato Pozharskij comprò un albergo e un ristorante nella città di Torzhok.
La ricetta delle polpette alla Pozharskij si diffuse in tutta la Russia, e ormai non tutti ricordavano che il merito dell’invenzione era stato della Signora Pozharskaja e non di suo marito.


Serbia e Montenegro: Biljana racconta:
Gatto e gallo
macka i pevac
Un gatto e un gallo, amici, vivevano insieme in una casetta vicino al bosco. Erano rimasti a vivere in quella casa da quando erano morti i loro padroni, ormai anziani, ed avevano dovuto imparare a cavarsela da soli.
Un giorno il gatto, dovendo andare a fare provviste perché in casa non c’era più niente da mangiare, dice al gallo: “Io esco. Mi raccomando, chiuditi dentro, non uscire di casa per nessun motivo, perché in giro c’è la volpe.”
“Non ti preoccupare, me ne starò qui buono, buono.”
Il gatto esce e si allontana, osservato di nascosto dalla volpe che, a quel punto, si avvicina alla casa con l’intento di fare uscire fuori il gallo.
Bussa alla porta e dice: “Buon giorno, signor Gallo. Sono venuta a farle visita. Mi lascia entrare? Sa, ho sentito molto parlare di lei. Si dice in giro che lei abbia la cresta più rossa e più bella di tutti i galli dei pollai della zona. Sarebbe un onore, per me, poter ammirare da vicino tanta bellezza!” Ma il gallo rimane zitto e fermo, quasi paralizzato per la paura. Solo dopo un po’, non sentendo più parlare la volpe e pensando che questa se ne sia andata, apre piano la porta e decide di uscire, ma la volpe lo acchiappa e se lo porta via.
Allora il gallo si mette a strillare: “Gatto, fratello mio, la volpe mi sta strozzando; corri a salvarmi!!”
Il gatto, sentite le grida dell’amico, torna subito indietro, si getta sulla volpe graffiandola sul muso e libera l’amico.
Il giorno dopo il gatto decide di uscire all’alba per andare a fare la scorta di provviste, e fa la consueta raccomandazione al gallo: “Mi raccomando, amico mio, stattene qui buono, buono, perché in giro c’è la volpe, e, se io non sarò vicino, non potrò aiutarti.”
“Non preoccuparti, dice il gallo. Ho imparato la lezione. Stavolta non uscirò.”
Il gatto si allontana.
Rimasto solo, il gallo si annoia e decide di provare ad uscire di casa. Ma, appena mette fuori la testa, la volpe lo acchiappa.
Ancora una volta il gallo si mette a strillare:
“Gatto, fratello mio, la volpe mi sta strozzando. Corri ad aiutarmi!!”
Il gatto sente le grida e corre in suo aiuto, e anche questa volta riesce a toglierlo dalle grinfie della volpe.
Dopo qualche tempo, il gatto si deve allontanare da casa, ma questa volta deve andare molto più lontano e per più tempo. Allora si rivolge al gallo dicendogli: “Gallo, amico mio, io dovrò assentarmi per due o tre giorni e andrò lontano. Mi raccomando, questa volta devi proprio rimanere chiuso in casa, perché in giro c’è sempre quella furbetta della volpe e io veramente questa volta non potrò esserti d’aiuto.”
Il gallo allora dice: “Gatto, amico mio, puoi ben credermi se ti dico che questa volta non uscirò di casa per nessun motivo!!”
E il gatto se ne va.
Il Gallo questa volta si chiude bene in casa e cerca di distrarsi: sfoglia qualche vecchio giornale, becca qualche semino, fa un pisolino, fa qualche lavoretto domestico, ma … dopo qualche ora non ce la fa più, non resiste. È troppo annoiato e troppo curioso e così decide di provare ad uscire, pensando: “Ormai la volpe se ne sarà andata via, pensando che stavolta non sarei uscito di casa, perché il gatto è partito già da qualche ora. Io ci provo.” E se ne esce fuori.
Ma anche questa volta la volpe lo sta aspettando dietro la porta e lo acchiappa in un batter d’occhio.
Allora il Gallo si mette a strillare con tutto il fiato che ha in gola: “Gatto, fratello mio, la volpe mi sta strozzando. Corri a salvarmi!”
Ma il gatto era ormai troppo lontano e non poté sentirlo.
Il gallo strillò, strillò e strillò, ma alla fine la volpe se lo mangiò.

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