STORIE E LEGGENDE DI SPEZIA E DELLA COSTA DEI PIRATI

Testi di Anna Valle. Con un contributo di Eliana Vecchi

Le più belle storie e leggende popolari di Spezia e della costa dei pirati

Le antiche leggende di mare e le favole tradizionali della costa occidentale del Golfo da Portovenere a Spezia.

Un nuovo volume della collana di storie e leggende illustrate con le bellissime tavole a colori di Francesco Musante.

Copertina rigida, 48 pagg, f.to 240 x 340, tutto a colori.
ISBN 88-86999-53-4. Prezzo euro 23,00
Indice

Ai lettori
Tino e Tinetto: I miracoli di San Venerio
Venerio, l’eremita del Tino
Portovenere: Il corsaro Graffigna
Chi erano i corsari?
Portovenere: Un lupo di mare
Il vino della costa
Le Grazie: La leggenda di Martina
Marinai e maestri d’ascia
Marola: La leggenda della Castellana
La polla di Cadimare
Biassa: Una straordinaria invenzione
Il menhir di Tramonti
Pegazzano: L’orso di Pegazzano
Il dialetto spezzino
La Spezia: Il mostro del castello
Il castello di San Giorgio
Migliarina: I corsari a Migliarina
Il riscatto degli schiavi
Marola

La leggenda della Castellana

Il monte Castellana ha sempre suscitato una forte attrazione a partire dal Neolitico: punte di frecce e schegge di selce lavorata stanno infatti a testimoniare la presenza su di esso d’insediamenti umani fin da quei lontanissimi tempi. Ma solo in epoca assai più vicina a noi si tentò di valorizzarlo sul piano militare: nei primi anni del 1800 Napoleone vi fece infatti iniziare la costruzione d’un forte che, portato a termine da Cavour, è a tutt’oggi ancora esistente, essendo sopravvissuto persino alla seconda guerra mondiale.
Alla fine di marzo del 1869 il naturalista inglese F.W.C. Trafford, compiuta un’escursione sul monte Castellana, ebbe di lassù una straordinaria visione, che descrisse poi con tutti i particolari in una relazione che intitolò: "Amphiorama, o vista del mondo dalle montagne della Spezia" (Zurigo, 1874).
Il Trafford racconta di aver visto dall’alto del monte, in quella mattina di primavera eccezionalmente tersa e luminosa, l’intero Mediterraneo con tutte le sue coste e le isole e che in seguito la sua veduta si ampliò fino ad abbracciare contemporaneamente l’emisfero boreale e quello australe: in una parola, tutta la superficie terrestre. Lo scienziato era tanto sicuro di non aver sognato da proporre, nella sua relazione, di istituire un osservatorio meteorologico sulla cima del monte Castellana.
Su questi luoghi così affascinanti e immersi nel mistero nacquero fantasie e leggende, molte delle quali purtroppo perdute; ma in un manoscritto dei primi decenni del 1800 don Antonio Rossi, rettore della chiesa di S.Michele Arcangelo di Pegazzano, riporta una leggenda risalente ad epoca antichissima, addirittura a prima dell’èra cristiana, affinché non se ne perda del tutto il ricordo.
Si narrava dunque che sul monte Castellana vivesse in un castello situato nel suo punto più elevato una donna, favorita dell’imperatore Nasco e che proprio la sua venuta avesse dato il nome al monte, che in precedenza si chiamava Colle Marino.
Il nome della signora del castello era Lora ed il suo dominio si estendeva fino al mare, dove aveva fondato il paese di Malora. Era una donna malvagia, piena di crudeltà e si mostrava in pubblico sempre vestita d’una armatura di ferro, che bene esprimeva la sua natura guerriera. Racconta la leggenda che, quando la grande porta del castello si spalancava per far uscire la castellana con il suo seguito, nel bosco, che fittamente ricopriva tutte le pendici del monte fino al mare, taceva d’improvviso ogni segno di vita: non più fruscii, sibili, ronzii; non più movimenti o calpestìo di animali selvatici sul soffice terreno tra gli alberi o tra i sassi, ai bordi dei ruscelli e torrenti, né voli o cinguettii tra le fronde degli alberi: un silenzio mortale calava sul bosco e sulla collina come all’avvicinarsi del temporale, e persino gli alberi restavano immobili. Solo dopo che la schiera in armi s’era allontanata, con sinistro rumore di ferraglia, sul colle riprendeva la vita.
Lora fondò nei pressi di Malora un altro paese, l’Acquasanta, e in seguito Carpena, sul monte Parodi, borgo situato in ottima posizione strategica, che nei secoli seguenti si svilupperà fino a diventare uno dei centri più importanti del territorio.
Ma nelle intenzioni della crudele castellana tutti e tre i paesi avevano come scopo principale quello di aggredire e saccheggiare i paesi vicini, depredando delle bestie e dei pochi averi pastori e contadini. La malvagità della signora del castello giungeva al punto che ella ordinava ai suoi guerrieri di seppellire vivo chiunque, uomo, donna o bambino, incontrandola, non la salutasse rendendole omaggio.
Ed ecco che, rimasta incinta, una notte Lora mise al mondo un figlio; ma non un bambino: era invece uno strano mostro, con una lunga coda. Si racconta che in quello stesso istante si scatenò una furiosa tempesta quale non s’era mai vista prima, che aveva origine da Campiglia. Fu come una furia devastatrice che sotto torrenti d’acqua dal cielo e lungo i versanti del monte, tra spaventosi tuoni e fulmini, spazzò via il castello coi suoi abitanti e l’intero paese di Malora.
Passarono cento e cento anni e su quelle rocce in vista del mare, nel ridente abbraccio del golfo spezzino, altra gente venne a riedificare un paese che, per miglior auspicio, venne chiamato Marola.
Il menhir di Tramonti

Il pendìo di Tramonti degradante verso il mare e situato su quel versante del monte Parodi, che sta a mezza strada tra Spezia e Riomaggiore, è ancora scandito da terrazze costruite pazientemente dall’uomo con terra riportata e muretti a secco per la coltivazione della vite. In alto sul monte, nel percorso della palestra nel verde tra i due borghi di Biassa e di Campiglia, emerge dal terreno una grande pietra appena sbozzata dalla cima tondeggiante, che fu scoperta dallo storico spezzino Ubaldo Mazzini intorno al 1920 ed è conosciuta come il "menhir di Tramonti".
Sulle leggende che circolano sul menhir Mauro Biagioni scrive: "Esso, noto localmente come pietra del diavolo, ha sempre suscitato paure ed inquietudine, è sempre stato avvolto da un alone di mistero ed è stato al centro di strane storie, anche non molti anni fa. Si perde, invece, nella notte dei tempi la leggenda che indicava nel promontorio occidentale del Golfo l’estremo limite del mondo dei vivi: il menhir di Tramonti sarebbe stato un posatoio per le anime o un segnale di orientamento rivolto verso quella terra, talvolta visibile sul mare all’orizzonte e dai contorni sfumati ed incerti, che i nostri antenati consideravano un’isola dei beati e che noi oggi sappiamo essere la Corsica. Ed inquietudini, misteri, evocazioni dell’aldilà sembrano ben accordarsi con quello che forse fu realmente il menhir di Tramonti: una grande pietra oggetto di riti sacri o magici (?)." Questo singolare monumento rimane per tanti versi un mistero.
Già in precedenza, nel 1889, il geologo spezzino G. Capellini aveva descritto due lastre di arenaria senza particolari incisioni, tranne una a forma di U, emerse durante le escavazioni per la costruzione dell’arsenale militare, a dodici metri di profondità. Di queste, in seguito scomparse, ci restano gli accurati disegni del Capellini come testimonianza che si tratta di megaliti dello stesso tipo del "menhir" di Tramonti (detti dagli studiosi "aniconici", cioè senza figura). Altre grosse pietre dalla strana forma tondeggiante con misteriose incisioni furono ritrovate in tempi vicini a noi: il "menhir di monte Capri", sopra il borgo di Volastra; le pietre tondeggianti del bosco di monte Croce, ed altre. Sembra accertata l’origine preistorica di tali megaliti e illuminante sarebbe stato a riguardo un esame di residui organici vegetali o animali presenti nel terreno che li ospita o magari di manufatti risalenti alla stessa epoca. Ma la ricerca non ha dato ancora risultati.
In tal modo rimane una pura ipotesi quella d’una parentela esistente tra i "menhir" della parte occidentale del Golfo di Spezia e le "statue-stele" ritrovate in questo secolo nella zona del Magra, del Vara ed in numerosi borghi dell’entroterra lunigianese. Si tratta di statue di pietra, talvolta di ragguardevoli dimensioni, "antropomorfe", che cioè rappresentano figure maschili o femminili: queste ultime sono distinte dai seni, quelle maschili da incisioni di armi. Le statue-stele della Lunigiana si collocano in un lungo arco di tempo, che va dall’età del rame (circa il 3400 a. C) alla metà del I millennio a. C., età del ferro. Questo ha potuto essere accertato attraverso l’esame di reperti di varia natura giacenti nel terreno in cui sono stati ritrovati, che hanno fornito notizie interessanti sul tipo di vegetazione esistente all’epoca in quei luoghi, sulle attività umane e sulla densità di popolazione che abitava la zona. Sono state anche scoperte caverne con sepolture di individui d’ambo i sessi e di tutte le età, che probabilmente appartenevano ai vari clan o famiglie di quegli antichi abitatori. Tuttavia, l’uso o lo scopo di quei monumenti in pietra rimane a tutt’oggi misterioso.
Portovenere

Il corsaro Graffigna

Nella piazzuola che dietro la chiesa di S. Pietro guarda dall’alto in mare aperto, alcuni ragazzi giocano, intenti. Sudati e accaldati dopo una gara di lotta, siedono ora confidandosi il loro progetti per l’avvenire, assai somiglianti a fiabe, a storie inventate. È l’anno 1555. Tra di loro uno, dell’età di circa dieci anni, non alto di statura e tanto scuro di carnagione e abbronzato da sembrare un Moro, non fosse per gli occhi grigio-azzurri che brillano vivaci e avventurosi nel magro visetto, sembra insolitamente taciturno. Gli amici lo incitano a parlare: -E tu, Giuseppe?
Allora lui, serio e determinato risponde: - Io combatterò i pirati.
A quei tempi, quasi ogni giorno giungevano a Portovenere notizie di scontri tra navigli cristiani e imbarcazioni di pirati turco-barbareschi; ma ciò che più accendeva
lo sdegno del ragazzo erano le proditorie incursioni attuate dai Mussulmani ai danni degli abitanti dei paesi costieri. Non di rado i pirati si spingevano fino ai paesi dell’entroterra, da cui rapivano donne e bambini, che finivano per essere venduti schiavi sui mercati del lontano Oriente o dell’Africa settentrionale.
Appena l’età glielo consentì Giuseppe, che era orfano di padre, ricevuto il permesso e la benedizione materna, si arruolò nella marineria del Granduca di Toscana. Ed ecco che nel 1583 fu vittima d’una paurosa disavventura. Naufragò infatti nel corso d’una tempesta, al comando della sua "madiata" (piccola imbarcazione da carico) contro gli scogli delle isole delle Formiche e i corsari turchi lo catturarono costringendolo ai remi su una delle loro navi. In seguito, liberato dagli Spagnoli che attaccarono la galera su cui era prigioniero, andò a combattere nelle Fiandre agli ordini di Filippo re di Spagna.
Nel 1602 lo ritroviamo di nuovo al comando d’una galera della marineria toscana, la "Livornina", con la quale compì imprese di valore che resero famoso il suo nome in tutta l’area del Mediterraneo.
Possiamo dire che da questa data in poi la sua vita sia tutto un succedersi d’imprese straordinarie, di agguati, di attacchi, di successi contro i suoi eterni nemici, i corsari turco-barbareschi.
Agli inizi del 1605 giunse notizia a Livorno, dov’egli si trovava con la flotta, che tre brigantini turchi erano stati avvistati nelle acque della Corsica. Ricevuto il permesso, Giuseppe salpava immediatamente con la sua nave alla volta della Corsica e, con azione imprevista e fulminea, si gettava su di uno dei brigantini rimasto separato dagli altri e lo catturava, prendendo prigioniero l’equipaggio; subito dopo, si presentava di fronte agli altri due.
Alla vista della galera cristiana, che avanzava velocemente verso di loro, i navigli corsari tentarono di concertare una difesa, ma non ne ebbero il tempo: l’uno dopo l’altro furono catturati e l’equipaggio fu fatto prigioniero.
Condotte le prede alla base navale, Graffigna decise seduta stante di dare una lezione indimenticabile ai barbareschi, che avevano nella città di Algeri uno dei loro più temibili covi. Ebbe dunque l’audacia di puntare direttamente contro una delle due torri di guardia e difesa che sorvegliavano l’entrata del porto di Algeri. Bombardandola dal mare, mise fuori combattimento le loro batterie creando tali difficoltà gli occupanti, da costringerli ad arrendersi. A quel punto, balzato a terra coi suoi più fidi, tra i quali Francesco Canale di Marola e Giovanni Accialini di Prato, andò alla porta della torre ordinando che ne uscissero tutti gli abitanti. Uscirono allora guardiani e soldati, alcuni con le famiglie: donne e uomini fissavano tetri i cristiani coi neri occhi mentre i bambini piangevano aggrappandosi disperati alle gonne materne. Giuseppe e i suoi osservavano la scena con aria impassibile; ma quando ormai tutti i prigionieri erano persuasi di essere condotti via come schiavi, il nostro li lasciò liberi con l’ordine di allontanarsi il più in fretta possibile e fece salire sulla nave il solo castellano in catene.
Subito dopo distrusse la torre, che fu completamente rasa al suolo.
Tutte le operazioni erano state condotte con eccezionale rapidità; tuttavia, mentre la "Livornina" stava allontanandosi da terra, ecco sopraggiungere una grossa galeotta corsara in soccorso dei nemici. Giuseppe l’attaccò e riuscì a sconfiggerla, facendo prigionieri 29 turchi e liberando 8 cristiani costretti ai remi.
Nel porto della città greca di Prevesa, il 3 maggio 1605 si svolse una memorabile battaglia tra cristiani e turco-barbareschi, in cui rifulsero nuovamente l’audacia e la grande perizia militare di Giuseppe Graffigna, che catturò un gran numero di charamussali (grossi bastimenti da carico turchi), dando un decisivo contributo alla vittoria.
Bona, importante centro barbaresco dell’Algeria, fu presa il 17 settembre 1607. Dopo alterne vicende d’una battaglia navale dura e accanita, la città difatti era ormai in mano toscana e Mori e Turchi sconfitti. Costoro allora misero in atto il seguente stratagemma: finsero di fuggire verso l’entroterra ma, invece di sparpagliarsi, si riunirono nuovamente tentando di scatenare un attacco di sorpresa con l’aiuto della cavalleria.
Sul ponte di comando della "Livornina", Graffigna osservava il porto e la costa con occhi di falco. Vide improvvisamente levarsi il polverone provocato dagli zoccoli dei cavalli al galoppo e la schiera dei cavalieri farsi più vicina al porto. In un attimo comprese quanto stava accadendo e la sua reazione fu pronta e veloce: mentre ordinava a due dei suoi di dare l’allarme, si gettò con la nave in un’insenatura della costa dando inizio ad un nutrito bombardamento verso terra. Le altre navi della flotta s’avvicinarono imitandolo prontamente e la giornata terminò con una splendida vittoria.
Il nome di Graffigna era ormai dovunque famoso: la galera da lui comandata, la "Livornina", aveva una tale fama d’invincibilità da divenire leggendaria. Quando Giuseppe tornava a Portovenere per riabbracciare la madre e rivedere il suo borgo, subito si diffondeva la notizia: "È arrivato Giuseppe Graffigna!" E tutti i ragazzi correvano a vederlo e lo seguivano in frotta a distanza, presi da un sentimento d’ammirazione che sfiorava il timore. Fisicamente egli non era imponente, ma di media statura, piuttosto magro, vigoroso ed agile, con un portamento diritto e molto dignitoso, che gli aveva guadagnato il soprannome di "Cardinalino", tanto che nel mondo cristiano era conosciuto quasi solo con tale nomignolo.
Siamo ormai giunti all’epilogo della nostra storia. Torniamo a Portovenere. Nell’antica e maestosa chiesa di S. Lorenzo, in fondo alla navata destra, è murata sulla parete una lapide che reca incise le seguenti parole in latino:

Ossa Joseph Grafignae cognomine
FranciscUS Centurionus in Patriam
reduxit nec insepulta reliquit
Anno dOmINI MDCXX
(Francesco Centurioni riportò in patria e non lasciò insepolte le ossa di Giuseppe Graffigna nell’anno del Signore 1620)
Veniamo dunque a sapere che le ossa del celebre corsaro, raccolte in un’urna, vennero riportate a Portovenere dallo stesso Capitano generale della marina pontificia, nella quale Giuseppe aveva militato negli ultimi anni della sua vita, e che furono tumulate nella chiesa di S. Lorenzo, a perenne ricordo dello straordinario personaggio.
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