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GLI AFFRESCHI DI NICOLÒ CORSO ALLE GRAZIE
Testo di Piero Donati, fotografie di Davide Marcesini
Una guida alla lettura del più importante ciclo di affreschi della
Liguria Orientale,
preceduta da una breve storia del convento olivetano e della chiesa
delle Grazie
e da una scheda sulla vita di Nicolò Corso
f.to 120 x 220, foto a colori, ISBN 88-86999-43-7, Lire 9.000
(euro 4,65)
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In copertina:
San Giorgio, titolare del convento di Ferrara.
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Piero Donati (La Spezia, 1948) si è laureato (1971) e perfezionato
(1973) presso l'Università Cattolica del S. Cuore di Milano; è
funzionario della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici
della Liguria.
Ha dedicato numerosi studi alla pittura genovese del Seicento (Domenico Fiasella, Cornelio de Wael, Orazio De Ferrari) e al patrimonio artistico della Lunigiana storica. Ha curato le mostre dedicate al Fiasella (1990) e alle arti a Levanto nel Quattro e Cinquecento (1993) ed ha collaborato alla mostra di Varese Ligure (1989); ha pubblicato contributi, fra l'altro, sul Bollettino d'Arte, su Arte Lombarda, Arte Cristiana e sui Quaderni del Centro Studi Lunensi. |
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Serpentario.
Particolare del fregio decorativo.
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Nicolò Corso e gli Olivetani
Nicolò di Lombarduccio, al quale lorigine corsa procurò lappellativo
col quale è oggi noto, non possedeva, con tutta probabilità, grandi
capacità imprenditoriali. Tagliato fuori dalle prestigiose imprese
decorative legate alla Cattedrale di San Lorenzo ed al Palazzo
del Banco di San Giorgio, fu costretto a lungo, come rivelano
i documenti pubblicati dallAlizeri, a far società con pittori
di modesta levatura o a collaborare, in posizione subordinata,
con Giovanni Mazone.
Nel 1481 si iscrive alla Matricola dei pittori: ha circa trentacinque
anni e, benché abbia già al suo attivo dipinti di delicata bellezza,
fra i quali spicca la cosiddetta Madonna Lanz (a lato), stenta
ad imporsi sulla scena genovese. È probabile che queste difficoltà
lo convincano a farsi oblato, e cioè ad entrare in rapporto stabile,
pur non prendendo i voti, con una congregazione monastica. Viene
pertanto accolto dagli Olivetani di Quarto, ove la sua presenza
appunto in qualità di oblato è documentata nel 1489 e poi
dal 1491 al 1494. Da questo momento e fino alla morte, giunta
nel 1513, Nicolò Corso, pur non rinunciando ad operare in altri
ambiti, trova nei conventi olivetani il suo spazio di elezione:
per laltare maggiore della chiesa conventuale di Quarto, ad esempio,
dipinge una maestà i cui scomparti principali sono oggi conservati
presso il Philadelphia Museum of Art (San Gerolamo in trono) e
presso il Museo dellAccademia Ligustica di Genova (San Sebastiano
e SantAgostino e SantEusebio e Santa Agnese) ; nel refettorio
del medesimo convento esegue, nel 1503, una serie di dipinti murali,
oggi in larga misura perduti; interviene inoltre nel chiostro
ed in una cappella della chiesa.
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Nicolò Corso alle Grazie
Più che a Quarto, tuttavia, la qualità e la complessità della
cifra pittorica di Nicolò sono giudicabili nel refettorio del
convento delle Grazie. Qui egli realizzò, sulle quattro pareti
dellambiente (che fungeva altresì da sala capitolare), un fregio
decorativo includente ventotto oculi prospetticamente scorciati
e dipinse, su uno dei lati brevi, una vasta e luminosa Crocifissione;
sul lato opposto era probabilmente prevista unUltima Cena della
quale, nonostante le ricerche, non si è trovata traccia.
Nel fregio che corre tuttintorno gli Olivetani celebrano se stessi:
i ventotto oculi che ne scandivano il tracciato alludevano infatti
come chiariscono le scritte sottostanti, conservate purtroppo
solo in minima parte ai ventotto loci della congregazione, e
cioè ai ventotto conventi che essa era riuscita a creare in Italia.
Questo fregio sovrastava, nei lati lunghi ed in uno dei lati brevi,
i dossali dei sedili sui quali prendevano posto i monaci; sul
lato breve posto di fronte alla Crocifissione e dunque alla
sinistra di chi oggi entri nellambiente il pittore pensò, come
soluzione di raccordo, a finti pannelli lignei, anchessi a suo
tempo scialbati. Il modo di realizzare le venature ed i nodi del
legno (foto a pagina 11) sono gli stessi che incontriamo, alcuni
anni dopo, nel refettorio di Quarto, ove Nicolò dipinse o fece
dipingere, giacché disponeva senzaltro di collaboratori una
scansia lignea, con libri ed altri oggetti in prospettiva, che
è uno dei pochi brani della decorazione che ancor oggi possono
vedersi in loco.
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Foto storica del ritrovamento degli affreschi (1902).
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L'affresco della Crocifissione, a restauro appena ultimato
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Grande importanza hanno, nel ciclo delle Grazie, i partiti decorativi:
la Crocifissione è contornata da una fascia nella quale rosette
su fondo blu si alternano a rosette su fondo rosso e nella quale
si distinguono una mano più duttile ed esperta, alla quale spettano
le primi dieci rosette sulla sinistra, ed una mano più corriva,
che trasforma i sottili passaggi luministici di cui è ricco il
primo gruppo di rosette in banali contorni bianchi seghettati.
Del resto, anche la qualità dei partiti decorativi - arpie affrontate
(a pagina 22), girali che fuoriescono da vasi di raffinata invenzione,
cespi di acanto che raccordano gli oculi è assai discontinua,
anche se occorre tener presente la diversa storia conservativa
dei singoli brani.
Lassenza dellUltima Cena, abituale complemento della Crocifissione
nella decorazione dei refettori coevi (come dimostra il caso di
Quarto e come dimostra il ben più noto caso milanese di Santa
Maria delle Grazie, ove alla Cena leonardesca si accompagna la
Crocifissione del Montorfano), ed il brusco passaggio, nella fascia
decorativa della Crocifissione, da una mano identificabile con
quella del maestro ad una mano di gran lunga inferiore, sono indizi
di un repentino allontanamento di Nicolò dal cantiere delle Grazie.
Con tutta probabilità, infatti, il pittore fu attivo qui nel corso
del 1490 anno in cui è documentata la sua assenza da Quarto
e fu poi richiamato al convento di San Gerolamo affinché lavorasse
alla maestà dellaltare maggiore, fulcro del progetto di rinnovamento
del coro della chiesa, benedetto nel 1492.
Delle ventotto raffigurazioni di cui si componeva la serie dei loci olivetani, ne sopravvivono oggi più o meno integre soltanto dodici...
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Il refettorio degli Olivetani visto dall'ingresso.
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Santa Caterina d'Alessandria, titolare del Convento di Fabriano.
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Catalogo Edizioni Giacché
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