QUANDO MIO PADRE EMIGRÒ IN FRANCIA

di Martine Storti

2009, 160 pagine, f.to 165 x 230
Prezzo euro 16,00
ISBN 978-88638-2013-3
Collana: Novecento

C’è qualcosa di misterioso, di non detto, che ostinatamente sfugge, nella personalità di Matteo “l’italiano”, che ventenne ha lasciato Sarzana per trasferirsi in Francia.
Matteo antifascista, Matteo che si sottrae alla dittatura per rifugiarsi nella patria dei “diritti dell’uomo”, ma che rimarrà sempre intimamente scettico nei confronti delle istituzioni perché “sono sempre i soliti quelli che ci vanno di mezzo”.

Quando Martine, la figlia “francese” di Matteo, inizia la sua indagine alla ricerca del “tempo perduto”, per ricostruire il passato e in esso ritrovare la figura del padre, altre figure d’emigranti emergono dallo stesso passato, quelli che furono detti i “senza patria”, gli apolidi, migliaia d’innocenti di tutta Europa sfuggiti alla persecuzione dei nazisti e dei loro complici, uomini, donne e bambini; gente oscura di modeste condizioni e noti intellettuali, artisti e poeti come Irène Nemirovsky o Max Jacob, una vera e propria “internazionale dei proscritti”, come scriveva Klaus Mann.

Ma anche il nostro tempo ci presenta immagini quotidiane di rifugiati e di campi di detenzione, di emigranti in fuga per terra e sui nostri mari, soprattutto dall’Africa e dall’Asia, alla ricerca d’una possibile salvezza da guerre, persecuzioni politiche e miseria e che, da "vittime oppresse" nella generale indifferenza - come nota il sociologo Smain Larcher - sono "respinte nei bassifondi dell’umanità comune".

«A Calais quelli che cercano di arrivare in Inghilterra ripetono “Abbiamo un fratello, uno zio, un parente di là che ci aspetta”: dopo aver sentito questa frase ripetuta decine di volte la giornalista si è chiesta se anche il padre Matteo, (...) quando varcò la frontiera alla volta di Parigi avesse utilizzato le stesse parole...»
E. Degli Esposti Merli, “Africa e Mediterraneo”, settembre 2009




«È sempre più frequente, sfogliando un giornale o guardando la televisione, vedere l’accostamento di parole quali straniero e pericolo, immigrazione e crimine. Vengono evidenziati con disinvoltura gli episodi di disagio che sfociano nella delinquenza mentre si tace sui molti altri casi di positiva integrazione e convivenza. Non sono rare, poi, le banalizzazioni e le strumentalizzazioni di chi, prendendo a pretesto dolorosi fatti di cronaca, evoca una sindrome da accerchiamento e indica una minaccia vicina e facile da individuare: è l’altro, il diverso, l’immigrato.
Anche per questo ho amato questo libro fuori dal coro, che mi ha colpito per la capacità dell’autrice di affrontare il tema della partenza e delle migrazioni internazionali con un approccio interessante e peculiare, capace di tracciare paralleli tra ciò che è stato e ciò che è in un ininterrotto dialogo con se stessa e con il lettore, quasi a omaggiare il lapidario ammonimento di Santayana: "chi non sa ricordare il passato è condannato a ripeterlo".
E infatti è chiaro l’intento dell’autrice di parlare direttamente con il lettore di una quotidianità che malgrado tutto lo circonda e, volente o nolente, lo riguarda. Eppure riesce a farlo scegliendo di raccontare di un italiano, suo padre, che emigra in Francia all’inizio degli anni ’30 perché "la vita a Sarzana è troppo dura".
Non posso negare che per me, nato e cresciuto in Val di Magra, la citazione di Sarzana sia particolarmente significativa e abbia l’effetto di un richiamo che rafforza la partecipazione emotiva nelle vicende descritte.
E fa particolarmente effetto leggere un accenno alla rievocazione dei "Fatti di Sarzana" quale esempio più fulgido della storia gloriosa della città, un episodio di Resistenza al fascismo di rilevanza assoluta ingiustamente sottovalutato in Italia e incredibilmente ignorato persino da alcuni cittadini della Lunigiana e della provincia spezzina.
Per tutti questi motivi ho creduto doveroso rendere omaggio a quest’opera, una storia che in qualche modo celebra, per parafrasare l’autrice, quei "miserabili che non hanno trovato il loro Victor Hugo" e si schiera dalla parte di chi "non ha saputo cavarsela", dei morti senza nome del Canale di Sicilia e di tutte le vittime dell’ingiustizia. Come dovremmo fare tutti noi.»

(dalla Presentazione di Giovanni Enrico Vesco, Assessore all’Immigrazione della Regione Liguria)




«Questo libro è un gesto d’amore, nato da una ferita. Un gesto d’amore filiale della narratrice nei confronti del padre, emigrato nel 1931 dalla natìa Sarzana nella periferia parigina ove rimase, operaio, tutta la vita. È il tentativo di colmare le lacune, i vuoti della sua esistenza, di ricostruire il passato di Matteo, dall’infanzia sarzanese, all’adolescenza, alla partenza – che dà il titolo al volume – per arrivare ai primi anni in Francia, sulla base delle troppo rare confidenze.
Il padre, per un desiderio d’integrazione, sembra avere rimosso la propria italianità, evitando d’insegnare la lingua paterna alle figlie, per cui l’italianità si concretizza in gesti semplici, in abitudini, in riti, grazie in particolare alla presenza della nonna che perpetua la tradizione gastronomica della sua regione. È come se soltanto la scrittura permettesse quindi all’autrice di assumere definitivamente la sua appartenenza all’Italia.
Un atto d’amore, dicevamo, nato da una ferita, inflitta alla ragazzina di dodici anni dalla zia paterna con la frase che fa da incipit al testo: "Tuo padre è un coglione. Non ha saputo cavarsela." Oltre al silenzio sul suo passato italiano, il padre tace, infatti, sulla sua rassegnazione alla subalternità professionale nei confronti della sorella e del cognato, che da operai riescono a diventare ricchi industriali, grazie al lavoro e all’impegno del piccolo gruppo famigliare. Passività? Orgoglio? Saggezza? O piuttosto fierezza, come sembra indicare l’epigrafe balzacchiana?
Comunque la narratrice ha vissuto in seno alla famiglia stessa, come in un microcosmo, il rapporto di forza tra padrone e operaio, tra capitale finanziario e capitale-lavoro, e, fedele alla scelta paterna, afferma la sua scelta di campo: sarà sempre dalla parte degli sfruttati.
Ma la storia di Matteo è una storia d’emigrazione, che richiama altre storie, acquistando una valenza corale nello svolgersi della Storia: quella degli ebrei in fuga dai pogrom, dalle persecuzioni, poi dal nazismo negli anni ’39 e ‘40, poi quella degli immigrati odierni. La figlia dell’immigrato italiano ripercorre il calvario degli ebrei che, nella patria dei diritti dell’uomo, trovano rastrellamenti, campi di detenzione, prigionia, collaborazionismo. Invita a considerare la pavidità, la viltà della maggioranza dei francesi, per non parlare della criminale cooperazione alla Shoah di alcuni, non pochi.
Ma non si tratta di una storia conclusa. Infatti il confronto stringente tra atteggiamenti e discorsi di sessant’anni fa - tutti scrupolosamente documentati con indicazione delle fonti - e quelli odierni di fronte al fenomeno massiccio dell’arrivo di immigrati, che sfuggono ora alla persecuzione, alla guerra, al sottosviluppo e cercano da noi una vita migliore ma trovano, ancora, sospetti, campi di detenzione, e espulsione, invita ad una seria riflessione. Le peregrinazioni della narratrice, da Calais, con la sua "giungla", a Lampedusa, ci fanno toccare con mano i drammi concreti, la generosità di alcuni e l’indifferenza dei più.
Così, il tema dell’arrivo del padre in Francia si intreccia con uno dei più acuti problemi di oggi, e, grazie ad una narrazione che alterna la dimensione privata del racconto famigliare con quella storica, sentiamo risuonare una voce, ora commossa, ora accorata, ora appassionata, che ci ammonisce e tenta di svegliare la coscienza civile di fronte al diniego dei diritti fondamentali, che ribadisce le esigenze etiche che il nostro tempo, come quello di ieri, dimentica facilmente.»

(dalla Prefazione di Hélène Giaufret - Colombani)

Indice del libro:

Presentazione di Giovanni Enrico Vesco, Assessore Immigrazione, Regione Liguria Sindaco
Prefazione di Hèléne Giaufret - Colombani
Quando mio padre emigrò in Francia
Bibliografia

Martine Storti (1946) è francese e vive a Parigi.
È stata docente di Filosofia, poi giornalista, principalmente per il quotidiano "Libération". Ha fatto parte di gabinetti ministeriali quando Mitterrand era Presidente della Repubblica francese.
È venuta spesso in Italia alla ricerca delle sue radici italiane e come giornalista, per documentare i movimenti sociali italiani, in particolare il movimento femminista.

È autrice dei seguenti volumi: "Un chagrin politique", Editions L'Harmattan, 1996; "Chaiers du Kosovo", Editions Textuel, 2001; "32 jours de mai", Editions Le Bord de l'eau, 2006.
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